Intervista di Lucia Medri a Gerarda Ventura su “Teatro e Critica”

13 GENNAIO 2017
TEATRO E CRITICA
INTERVISTA DI LUCIA MEDRI

Anghiari Dance Hub, Centro di promozione della danza ad Anghiari, si muove tra formazione e produzione. Abbiamo incontrato la direttrice artistica Gerarda Ventura.

Più volte ci siamo occupati nelle nostre pagine di fare il punto della situazione rispetto alla danza, riconoscendole quasi uno statuto speciale manchevole di ascolto da parte delle istituzioni. Il fermento creativo c’è, si viene a conoscenza di piattaforme sempre nuove dedicate al linguaggio coreografico, ma sembra quasi che tali sinergie si disperdano in un territorio non prontamente in grado di accoglierle e fornire loro basi formative e poi produttive. Proprio nell’orizzonte dell’apprendimento ci siamo confrontati con la nuova realtà di Anghiari Dance Hub e, dialogando con la direttrice artistica Gerarda Ventura, siamo venuti a conoscenza dell’attenzione che questo nuovo polo dedica alle attività di formazione.

Come nasce Anghiari Dance Hub e qual è il suo progetto artistico?

Anghiari Dance Hub è nato da un’idea di Maurizia Settembri la quale – avendo intuito l’opportunità che il nuovo decreto di luglio 2014 offriva nel presentare una domanda di finanziamento per la nascita di centri di produzione – insieme a Luca Ricci, direttore artistico di Kilowatt Festival, ha cercato di capire se e dove creare una simile struttura sul territorio toscano scegliendo poi come luogo di riferimento il Teatro di Anghiari diretto da Andrea Merendelli. Siccome arrivarono diverse domande per i centri di produzione, la commissione consultiva del ministero suggerì delle alternative ai partecipanti, proponendoci così di indirizzare il nostro progetto sulla promozione della danza e sul ricambio generazionale. Prese quindi forma l’idea, condivisa con Maurizia Settembri, di formare giovani coreografi e danzatori rispetto agli strumenti basilari utili alla costruzione di uno spettacolo. L’impressione è che molti artisti non abbiano queste competenze; lacune che nella maggior parte dei casi sono dovute a esperienze poco solide e condotte all’insegna dell’estemporaneità. Dallo scorso anno Anghiari Dance Hub ha come obiettivo quello di formare giovani coreografi dando loro la possibilità di confrontarsi con figure di settore in uno scambio reciproco di apprendimento e formazione professionale, all’interno del quale gli artisti non sono meri allievi e i tutor non sono solo figure incaricate di insegnare; questi ultimi devono far comprendere ai coreografi di quali strumenti abbiano bisogno, rendersi conto che un seminario sia più utile dell’altro ai fini del loro progetto, avere la consapevolezza della direzione che deve prendere il lavoro.

Dopo l’esperienza del primo anno quali sono gli obiettivi raggiunti e quelli ancora da perseguire?

L’accesso ai nostri seminari avviene attraverso un bando, siamo noi a chiamare i coreografi invitandoli a presentare un progetto nuovo da consolidare con dei tutor durante le sessioni di seminario e le giornate di residenza, finanziate attraverso una, ancora piccola, borsa di studio che copre l’alloggio, una diaria giornaliera per il vitto e il rimborso per gli spostamenti. Queste economie permettono di lavorare ad Anghiari in maniera piuttosto autonoma, ma non si tratta certamente di uno stipendio; limite, questo, che non permette a tutti i coreografi papabili di presentarsi al bando. L’obiettivo per il triennio è innanzitutto di natura economica: fornire una maggiore retribuzione che permetta agli artisti di lavorare con tranquillità al progetto e aumentare inoltre le ore di seminario affinché si possa strutturare al meglio la relazione con i tutor.

La giovane danza d’autore: che cos’è? Come lavora? Quali strutture la accolgono?

C’è un po’ il rischio del “giovanificio”, problema che a parer mio è cresciuto negli ultimi anni: si tende a dimenticarsi della generazione dei maestri della danza contemporanea, che continua a lavorare e produrre ma che – eccezion fatta per Virgilio Sieni e Enzo Cosimi –sembra essere stata messa da parte. Questa moda dei giovani da un lato è molto positiva ai fini di un ricambio autoriale, dall’altro ha creato un eccesso di offerta e difficoltà nella selezione. Non esiste un percorso professionale in Italia che aiuti a selezionare, in maniera forse più ferrea, aspiranti coreografi perché non ci sono scuole, in primis, e perché molto del lavoro di questi artisti passa attraverso un’autoproduzione che non riesce ad andare oltre e si ferma, anche legittimamente, a una ricerca sul linguaggio di tipo basilare. Per quanto utile, è giusto ammettere che il sistema di partecipazione a festival, vetrine e premi dà ai coreografi l’illusione di essere già affermati, di essere già degli autori. Non si possono illudere tanti giovani artisti di essere dei creatori senza dare loro la possibilità di mettersi alla prova.

A tal proposito come avviene la selezione dei progetti?

La selezione degli artisti e quindi la strutturazione del gruppo di lavoro non ha come obiettivo l’omogeneità delle esperienze, anzi, il mio interesse è quello di far lavorare insieme ragazzi che non possiedano tutti lo stesso livello di formazione, in modo da permettere loro di completarsi vicendevolmente. In questi due anni la scelta è ricaduta sui progetti di gruppo, poiché credo sia indispensabile imparare a relazionarsi con altri interpreti e fare del proprio stile e delle proprie dinamiche di metodo degli strumenti di trasmissione. Noi ci rivolgiamo in particolar modo ai coreografi, sono loro che hanno la funzione di gestire gli interpreti, di organizzare il calendario di lavoro e le prove. È soddisfacente e stimolante, anche per noi operatori, vedere poi come tra i vari gruppi si creino delle relazioni di ascolto reciproco: un gruppo chiama l’altro per far visionare il livello di sviluppo dei lavori, si chiedono e danno consigli.

Parliamo del calendario, come è strutturato e quali sono gli impegni?

Anna Altobello, Francesco Colaleo, Danila Gambettola, Monica Gentile, Salvatore Insana e i loro interpreti hanno iniziato a metà settembre con Andrés Morte, il quale ha avuto il compito di “metterli insieme” attraverso lo sharing del materiale coreografico con cui si sono presentati al bando; durante queste mattinate si è discusso di come si strutturi uno spettacolo. Nei mesi di settembre e ottobre i coreografi hanno partecipato ai seminari specifici con il compositore Matteo Forgion, il light designer Gianni Staropoli e il dramaturg della danza Guy Cools. Dopo questa prima fase, che chiameremo “di conoscenza”, è iniziato un periodo di residenza in cui gli artisti si sono gestiti autonomamente e che è approdato, a fine novembre, alla condivisione e alla presentazione di questi primi materiali di lavoro di fronte al pubblico generico e a quello specializzato di critici e operatori di settore. Lo scopo delle serate è stato duplice: fare il punto di quello che è stato creato fino a quel momento e la necessità di confronto con quelle professioni che possono potenzialmente produrre i lavori. Questa è la fase, fondamentale, in cui si mostra il processo di creazione e non il lavoro finito. Dopo le serate di fine novembre, gli artisti continueranno fino ad aprile in momenti diversi: a febbraio con il seminario di Mimma Gallina, più due settimane di residenza a loro scelta. Lo step successivo da aprile in poi è la ricerca di operatori e produttori, già conosciuti nelle due serate di novembre, che possano portarli al debutto sostenendo il progetto.

Come si inserisce Anghiari Dance Hub nella situazione nazionale del sistema danza?

Nel nostro paese mancano dei luoghi in cui i coreografi possano sperimentare; le residenze sono, a mio parere, un luogo di transito rispetto al quale ogni regione ha delle proprie normative. Si necessita di più luoghi nei quali gli artisti possano avere una maggiore stanzialità e mezzi economici che permettano loro di mettersi alla prova. Rispetto al sistema bandi, ad esempio, la qualità dei lavori è stabilita in base a una discrezionalità e responsabilità di cui si avvale il singolo operatore, non ci sono parametri qualitativi unitari. Senza una formazione adeguata è difficile anche per gli operatori stessi capire se quel coreografo sarà in grado di sviluppare un lavoro complesso, pregno di senso, oppure no. Si possono certo avere delle intuizioni, ma bisogna primariamente offrire la possibilità di messa alla prova e quindi di elaborazione di un progetto unitario di spettacolo. Questa è la domanda che mi pongo anche e specialmente per il futuro di Anghiari: come evitare di “sfornare” (è una brutta parola, ma forse rende l’idea) giovani che però non hanno poi la possibilità di crescere?